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FuMettilo in Testa!

La gaIA scienza (racconto distopico)

Sta roba l’ho scritta almeno 12 anni fa, nel 2012. Te la lascio con tutte le ingenuità che potrebbero esserci nella scrittura e nella mia concezione del mondo. Ma l’idea di fondo è forte. Buona lettura.

«…a protesta delle nudiste contro il candidato premier. Come potete vedere dalle immagini, le giovani donne sono state fermate dagli agenti di polizia che con caparbietà, tenacia e altrettanta fatica sono riuscite a portarle via mentre si dimenavano e scalciava…»

Un dente le saltò come un dolce coniglietto insanguinato quando il poliziotto le strusciò la faccia contro l’asfalto. All’altra avevano slogato un braccio, una si era rotta un dito del piede. Sentì una mano fredda inguantata di pelle stringerle il seno; mentre la  sollevò  avrebbe  giurato  di  sentire  l’erezione  dello  sbirro  premerle  contro  le  natiche…

Il nuovo Governo diede un annuncio grandioso: il problema del lavoro era stato risolto! Non avremmo più dovuto lavorare fino ad un età improponibile per fare fronte alla crisi economica. Lo avremmo fatto dopo morti. Erano stati messi a punto dei  nuovissimi  dead cyberorganism,  detti  familiarmente  dyborgs.  Cioè  cadaveri  rivitalizzati  e  telecomandati:  superate  le  prime  schizzinosità  etiche,  il  Paese  si  era  convinto che non ci fosse nulla di male in essi, solo che puzzavano un po’, ma del resto si poteva dire lo stesso per gli extracomunitari. Inoltre non era giusto parlare di schiavismo  né  di  profanazione  di  cadavere:  dopo  una  famosa  mostra,  questo  concetto  aveva  perso  di  significato.  C’erano  indubbi  vantaggi  anche  per  quanto  riguardava la collocazione dei morti, con i cimiteri ormai sovraffollati peggio della tangenziale alle sette e mezza del mattino. I dyborgs non avevano ricordo della vita precedente, si salvavano solo le funzioni motorie, certo un po’ legnose e meccaniche ma sufficienti per il loro scopo, controllate da un programma monitorato dal Ministero degli Interni e delle Infrastrutture Tecnologiche, presto Ministero dello Sviluppo.

La donna si guardò intorno. Quella col braccio slogato se ne stava appoggiata al muro muffito, l’arto penzolante e dolorante. L’altra zoppicava verso un angolo per allontanarsi da un ratto o qualche altro animale non identificabile. Si toccò la gengiva sanguinante. Il gonfiore pulsava, ormai aveva la bocca infetta. Le venne in mente che in quel momento sarebbero state impresentabili ad un galà indetto da uno dei nuovi premier che intanto era stato eletto, mentre fino al giorno prima potevano essere considerate delle interessanti accompagnatrici. Ma il solo pensiero le rivoltava lo stomaco, non avrebbe voluto essere sfiorata nemmeno dallo sguardo di uno di quei due. Chissà chi aveva vinto, poi, il Partito del Popolo o il Partito Populista? Non le importava. Cosa avrebbero potuto fare, per lei, due miliardari dirigenti d’azienda? Molto, se solo si fosse venduta come le altre. Ma non voleva. E poi, si disse di nuovo per sdrammatizzare, con quella faccia gonfia non l’avrebbero più guardata.

Loro, invece, non facevano gli schizzinosi. Li fecero entrare nella cella. Puzzavano di pesce marcio, e si muovevano come soldatini di legno. Lei continuava a scherzare tra sé, li soprannominò stoccafissi. Le sbarre furono chiuse, e i dyborgs poterono finalmente cenare.

In effetti, mangiavano almeno sei volte al giorno…

I denti marci e scheggiati come cocci aguzzi splendevano sulle copertine di tutti i giornali. In televisione era possibile osservare l’alacre operato di queste nuove macchine umane che stavano risolvendo il problema del buco nel bilancio e anche quello degli extracomunitari: i lavori più schifosi potevano essere  realizzati  dai  dyborgs, così tutti furono rimandati al proprio paese. Le aziende potevano procurarsi manodopera a basso costo, per di più in stock da 100 pezzi da pagare in comode rate mensili. Le due principali produttrici di zombies telecomandati erano le aziende leader nel settore della sperimentazione tecnologica: una nelle mani del Premier, il fondatore del Partito del Popolo, l’altra era di proprietà del capo dell’opposizione, il Partito Populista. E così erano tutti contenti! Questo comunicavano i servizi giornalistici delle trasmissioni televisive sulle reti pubbliche e su quelle private, nonché le pubblicità che impallavano il caricamento dei video su Youtube.

Purtroppo, però, dopo pochi mesi ci furono le prime avvisaglie di una crisi…

«..a sede dell’azienda è assediata da migliaia di attivisti che hanno organizzato cori di vibrante protesta. Il Governo sta valutando le misure da adottare. Alla manifestazione hanno partecipato numerosissimi dyborgs per esprimere il proprio dissenso… ».

Uno sparuto gruppo di persone (vive) reggeva con poca convinzione alcuni cartelli di insulti contro il Premier, altri agitavano i vessilli del Partito Populista, quello all’Opposizione, mentre i più facinorosi inveivano attorniati da alcuni lavoratori “diversamente vivi”. Si era scoperto che anche i dyborgs possedevano dei ricordi e addirittura dei sentimenti, dato che potevano sentire il dolore e la fatica. La giornalista in abiti succinti si avvicinò a uno di essi indossando una mascherina, e scoprì che potevano addirittura avere erezioni, a quanto notava dal rigonfiamento dei pantaloni. Lo disse al suo operatore. «Deve trattarsi di quella tecnologia messa a punto per le disfunzioni del Premier», spiegò lui. Tendendo il braccio più che poteva, la giornalista avvicinò il microfono alla bocca dello zombie eccitato chiedendo commenti sul modo in cui il governo del Pidipì (Partito del Popolo) li aveva trattati. «Hrrrgrrrrrrmmhhhmmmmmmuarrrrrrrrrrrrr», rispose il dyborg, mentre l’attivista del Pipù (Partito Populista) prometteva rapido intervento da parte del suo movimento all’Opposizione.

Da quel giorno in poi i media di tutto il Paese cominciarono a riferirsi ai dyborgs col termine politicamente corretto “diversamente vivi”, abbreviato in Divì. Naturalmente la produzione dei Divì non si era fermata nemmeno per un secondo, e al loro indubbio merito di aver sconfitto la pensione si era aggiunto quello di aver sconfitto la morte! Il solo problema rimaneva l’alimentazione, ma il Governo assicurava che non sarebbero stati utilizzati cadaveri umani per nutrirli, non volevano che si ripetesse un’altra mucca pazza, dissero. C’è da dire che dargli cadaveri sani sarebbe stato uno spreco, meglio utilizzarli per produrre altri Divì. Tutti erano invasati per la nuova moda dei redivivi, scoppiò addirittura la mania del “divìsmo”, per cui la gente voleva andare in “pensionamento anticipato”. Si facevano trasformare in morti viventi prima del tempo! I Divì avevano fatto letteralmente scomparire sia gli extracomunitari che i barboni, quindi perché non idolatrarli? Inoltre il loro “stile di vita” era così semplice, un ritorno ai valori incorrotti: lavorare, mangiare ed espletare le normali funzioni fisiologiche. Presto avrebbero avuto diritto al voto.

Cinque  anni  dopo  ero  già  morto,  ma  potei  comunque  eleggere  i  miei  rappresentanti alla Camera e al Senato. Ai due partiti si era aggiunto anche il Pipì (Partito Popolare), molto attento ai diritti dei più deboli, come noi non-morti, ma pensai che avrei fatto meglio a votare il Pipù, giusto perché sentivo bisogno di cambiamenti nella mia  non-­vita.  E  poi  il  capo  del  Pipù  era  il  padrone  della  fabbrica  in  cui  mi  avevano rimesso al mondo e non poteva che fare i miei interessi. Chi non aveva voce, come noi, doveva avere qualcun altro che parlasse al posto suo. Anche perché al massimo eravamo  in grado  di  emettere  grugniti.  Scoprii  finalmente  dove  finivano  tutti  i  barboni e gli extracomunitari che dicevano continuassero a sbarcare nel Paese, ma di cui non c’era più traccia in giro. Ce li davano da mangiare. Da questo punto di vista ammetto che la vita non era malaccio. Scoprii di possedere un potere particolare, in qualità di Divì: la capacità di fagocitare, oltre alla loro carne e organi e cervelli (le ossa no), anche i ricordi delle nostre vittime. Purtroppo a volte ci davano da mangiare anche dei vecchi dyborgs rotti. Fu così che scoprii che fine avevano fatto un sacco di attivisti che il Governo non vedeva di buon occhio, come quelle nudiste di tanti anni prima, al tempo dei  primi Divì. Ovviamente non potevamo dire nulla su tutto ciò, essendo incapaci di parlare ma anche di digitare su una tastiera per via dei nostri movimenti a scatti. Possedevamo una conoscenza esplosiva, ma non la miccia per innescarla.

Grazie al mio Partito, ottenni un trasferimento sul lavoro: dalla cura dei rifiuti organici (liquami escrementizi, per intenderci) a quelli solidi, nella fattispecie scarti di infrastrutture, che poi sarebbero stati usati dal Governo per costruire, tramite la ditta del nuovo Premier, una serie di capannoni a basso costo nelle zone colpite dai sismi, e palafitte più alte in quelle colpite dalle alluvioni, oltreché grattacieli nelle zone più ventose e soggette a uragani. Anche la qualità del cibo era nettamente migliorata, per noi Populisti: sapevamo per certo che ci venivano dati in pasto dissidenti o politici e funzionari caduti in rovina per gli stessi motivi, non aver accettato il sistema che alimentava la loro ricchezza. Ad ogni modo, questi agiati non mangiavano scarti come il resto della popolazione, compresa la fascia media che ormai si nutriva nei fast-­food o con cibi precotti. Solo chi era più che benestante poteva concedersi ogni giorno frutta, verdura e carni di qualità, provenienti dai paesi del terzo mondo dove i nostri colleghi stavano iniziando a diffondersi, sostituendo i vecchi schiavi viventi. Quelli costavano ormai troppo, meglio darceli in pasto. Ma i ricchi… che bontà! Ormai ci avevano fatto assaggiare la carne buona, non potevano rifilarci ancora quegli schifosi bambini sudamericani o quelle rinsecchite donne africane. Per non parlare dei cinesi… ma purtroppo non potevamo ribellarci, eravamo pur sempre controllati come dei robot.

Un giorno mi diedero da mangiare uno così sfigato che ebbi la nausea per giorni, a causa dei suoi ricordi. Ma quando capii che cosa avevo imparato, sentii un brivido che non provavo da una vita. Appunto, da quella precedente.

Quest’uomo misero, meschino e ignavo ma dall’intelletto sorprendente, era di fatto l’inventore dei dyborgs, ehm… pardon, dei Divì. Aveva effettuato i primi esperimenti sui canarini della sorella, poi sul suo criceto e infine sul gatto, creando un virus che si era diffuso dal volatile al felino. Il ragazzo era un genio nel campo della biotecnologia già a sedici anni. Infettò il povero volatile con un mimivirus che lo controllava dotandolo di una fame insaziabile e di una forza sovrumana, o meglio, sovruccelica. Il virus si nutriva di informazioni genetiche, in particolare di ricordi comportamentali che trasmetteva poi al suo ospite per potenziarlo. Era uno scambio vantaggioso per il canarino, che però infettò anche il criceto. Quando poi il gatto lo liberò dalla gabbia per mangiarselo, fu a sua volta contagiato. Alla fine lo scienziato non portò il micino come campione del proprio esperimento, ma la sorella, vittima di un attacco del persiano zombie. Dopo qualche mese costatò il decadimento degli strati cellulari dei tre animali, mentre nella sorella la degenerazione procedeva più lenta. I primi tempi i genitori pensarono che la figlia avesse il tipico atteggiamento proto adolescenziale in cui i ragazzi rispondono solo a monosillabi. Solo quando Agenti del Governo arrivarono per assumere il figlio e dichiararlo genio nazionale, si resero conto della faccenda e rimasero un po’ amareggiati, a meno a quanto ricordava il genio, cioè a quanto ricordavo io, ora. In seguito, grazie alla borsa di studi offerta dallo Stato, il genio si specializzò anche in ingegneria elettronica e informatica, in particolare studiò le interazioni mente umana/corpo robotico. E finalmente inventò i dyborgs, proprio a partire dal cadavere della sorella, che per volontà dei genitori fu riportata alla casa natia, dove fece poi da domestica. Nessuno seppe mai che il mimivirus poteva essere trasmesso, anche perché ci si assicurava che gli zombie mangiassero tutta la carne, e ciò che avanzava veniva bruciato. Purtroppo però il nostro genio cominciò ad accusare le primi crisi di panico, e il Governo dovette decidersi a terminare la sua vita prima ancora dei venticinque anni. Sarebbe stato sempre ricordato tra i geni morti precocemente. Ma nemmeno quel genio aveva compreso del tutto la capacità di mimare i comportamenti rubando le “informazioni genetiche” degli animali che il suo ospite divorava. Nemmeno lui sapeva che potevamo rubare i ricordi.

Ora io possedevo i suoi, ed ero in grado di liberarci tutti dalla schiavitù. Avremmo mangiato solo ricchi, d’ora in poi!

Per attuare il mio piano cominciai liberando solo pochi Divì alla volta, che infettarono gli schiavi, i barboni e i dissidenti che ci mandavano. Quando nel Paese erano finiti, avevano cominciato a mandarceli dai cosiddetti Paesi del Terzo Mondo o da Quelli in Via di Sviluppo. Prima o poi qualcuna delle guardie non ci avrebbe fatto caso, e una testa di zombie l’avrebbe morso propagando il mimivirus. Ci fu da aspettare molto. All’inizio facemmo finta di essere meno affamati del solito, lasciando alcuni cadaveri in stato di semi-­vita. Le guardie non ci fecero caso, erano abituate ad averci in pugno, ma purtroppo erano così schifiltose che non arrivavano mai a un contatto diretto con un cadavere divorato da noi. Avevamo ormai capito, però, che il Governo non li aveva più informati sulla trasmissibilità del virus, per qualche motivo che non riuscivamo a immaginare. Perché tanta irresponsabilità? Ma andava tutto a nostro vantaggio. Un giorno una guardia, un novellino raccomandato, prese una testa avanzata e le ficcò le dita negli occhi e in bocca per usarla come palla da bowling. Inevitabilmente lo zombie gli staccò il pollice, che uscì tutto ciancicato dalla gola senza fondo. L’imbecille se lo fece riattaccare, da quanto sapemmo poi ascoltando le chiacchiere delle altre guardie. Doveva essere imbecille anche il medico, anche se la responsabilità era dei capi: nemmeno il personale sanitario era informato della nostra infettività! Del resto le guardie dicevano tutto questo davanti a noi non tanto perché fossero sicure del controllo cibernetico sui nostri cervelli, ma soprattutto per la convinzione che la nostra autocoscienza fosse solo una montatura elettorale. In effetti era così, e probabilmente ne erano convinti anche i governanti. Anzi, sicuramente, da quanto apprendevo tramite i ricordi del nostro creatore. Forse era di questo che voleva avvertire il Governo, non lo so. Il trasferimento di ricordi non era mai completo, né costante. Poteva capitare di avere dei flashback improvvisi come in certe serie tv che avevo visto da vivo. Spesso erano scene che avrei preferito non vedere, perché c’erano cose che da morti noi non potevamo più fare, anche se ci funzionava tutto…

Tornando alla guardia: quell’idiota era in malattia, ma non riuscì a infettare la sua famiglia perché se la pappò tutta, e fu freddato da un vicino di casa svelto con le armi che teneva un fucile a canne mozze in casa e glielo svuotò in faccia a distanza ravvicinata. Furono subito introdotte misure di sicurezza e venne allo scoperto che i Divì erano portatori di un “mimivirus”. Nessuno sapeva di cosa si trattasse, ma quel suffisso davanti a una parola di per sé spaventosa scatenò il panico. Il Pipì chiese al Pidipì e al Pipù di fermare le fabbriche di morti viventi, forse perché il loro capo di partito non ne possedeva alcuna. Ovviamente la proposta non fu accolta e anzi provennero diverse smentite. Alla fine la storia che circolò fu quella di un raptus omicida in seguito alla costante convivenza con i Divì, che aveva spinto la fragile guardia addirittura a fagocitare i parenti. Nessuno poté smentire la teoria sulla follia della guardia, perché gli unici parenti che aveva se li era sbranati. Anche se l’opinione pubblica fu placata, e persino la versione ufficiale fu poi dimenticata, tant’è che nessuno ricordava  più  la  faccenda  dell’antropofagia,  ma  solo  quella  del  classico  raptus  omicida, il Governo fu più attento a mandare le guardie. Così cambiai piano. Alla fine dovevamo fare tutto da soli.

Quando le guardie vennero a portarci dei nuovi succulenti dissidenti del Partito Populista che avevano messo in dubbio la democraticità del Leader, mettemmo in atto un’azione fulminea. Schizzammo subito le pareti e le telecamere con il loro sangue, coprendo per alcuni secondi la scena, mentre staccavamo la testa alle due guardie per poi impossessarci delle loro tute e caschi e sostituirci a loro. Nessuno si accorse della mancanza di due Divì. Avendo divorato i loro ricordi, potemmo risalire alla base segreta dove venivano addestrati, dove infettammo tutti. Il contagio venne poi esteso anche all’esercito, e man mano gli zombies più ambiziosi mi seguirono finché non riuscimmo ad arrivare in Parlamento. Purtroppo però i politici si facevano vedere ben poco. Solo i più sfigati lavoravano sempre, e quelli si nutrivano male. Ma ormai comandavamo l’esercito, e i nostri eletti non avrebbero potuto mandare nessuno per difendersi, le loro guardie personali non potevano nulla, così andammo a scovarli nelle loro case. Quando si seppe cosa stava succedendo nel nostro Paese, i nostri vicini ci riservarono un trattamento di favore: un bel bombardamento intelligente che incenerì l’ottanta per cento del nostro patrimonio estetico, sia naturale che artistico, pur sapendo che l’orda di zombies non avrebbe attaccato che l’un per cento  della  popolazione  più  ricca,  e  per  motivi  schiettamente  gastronomici.  Avrebbero semplicemente potuto mettersi al riparo. Il loro gesto ci sembrò indisponente, così  passammo alla  seconda  fase  del  piano.  Forte  delle  conoscenze  del  nostro  creatore, fui in grado di generare un impulso che disattivò gli impianti cibernetici di tutti i dyborgs  nel  mondo,  creando  con  essi  piuttosto  una  rete  di  comunicazione  internazionale non intercettabile. Nel giro di alcune settimane i nuclei di zombies presenti nelle diverse nazioni si impadronirono dei singoli governi, finché non diventammo la specie dominante sul pianeta. Purtroppo però i ricchi erano pochi, e finirono presto. Fummo così costretti a divorare quelli un po’ meno ricchi, poi il ceto medio-­alto, quello  medio-­medio  e  infine  fagocitammo  anche  quello  medio-­basso.  Saremmo  presto dovuti tornare a mangiarci i più poveri, ma ci venne in mente che ora, con molta meno gente sul pianeta, avremmo potuto nutrire meglio tutti quanti, per poi nutrire noi stessi. Impiegammo tutte le nostre risorse per costruire veri e propri allevamenti di esseri umani, dove li rimpinzavamo di animali ben pasciuti e di verdura fresca, che rendeva la loro carne tenera e saporita, come quella dei bambini. Ecco, forse fu questo il problema: i bambini cominciavano a piacerci troppo! Non si arrivava mai alla fase della riproduzione, perché eravamo troppo ansiosi di mangiare umani nel loro stadio infantile. Per fortuna esisteva la clonazione e l’inseminazione artificiale, ma la prima, purtroppo, spesso conduceva alla creazione di esemplari difettosi, dal saporaccio canceroso; mentre la seconda diventava impraticabile se avessimo continuato a ingerire umani dalla culla. Il nostro giochetto ci era sfuggito di mano, tant’è che ormai il mimi-­virus si era diffuso anche tra gli animali. L’inquinamento aveva raggiunto il punto di non ritorno, le risorse andavano esaurendosi più in fretta della nostra fame: non esisteva più alcun intervallo tra un pasto e il successivo. Nel compenso il mimivirus diffuso in ogni essere (non)vivente, abbinato alla tecnologia cibernetica, aveva fatto di noi un collettivo simbiotico, un unico organismo formato da miliardi di cellule che andava ormai fondendosi con il pianeta stesso. Data l’assenza di forme di cibo nel nostro sistema solare, presto avremmo dovuto abbandonarlo.

Trasportammo gradualmente ciò che gli umani avevano chiamato “crosta”, “mantello” e “nucleo” in superficie, rendendoli meno densi e più resistenti. Per il magma  e  il  mantello  utilizzammo  giganteschi  condotti.  I  vecchi  progetti di  perforazione delle montagne per farne treni ad alta velocità in confronto erano buche scavate nella sabbia con una paletta. Non avevamo problemi con gli stravolgimenti dovuti all’estrazione immane di materiale dall’interno della Terra: l’idrosfera e l’atmosfera con ci servivano, in quanto dyborgs eravamo in grado di sopravvivere nello spazio esterno: l’unico problema era la fame. Ma avevamo ancora parecchie scorte, e ci rassegnammo anche a mangiare animali e (orribile a dirsi) verdure. Riuscimmo a trasformare la terra in un globus cassus senza tutte le assurdità che prevedeva il piano originalmente pensato per gli esseri umani. Inoltre, il nostro pianeta avrebbe viaggiato nello spazio! Il pianeta cavo ruotava attorno a una asse centrale, generando la gravità sufficiente a farci vivere sulla sua superficie interna; l’asse usava energia geotermica e nucleare per darci una prima spinta propulsiva, per poi sfruttare l’attrazione dei pianeti più grandi come effetto fionda. Ci vollero milioni di anni per raggiungere il primo pianeta dotato di vita, ma tanto eravamo virtualmente immortali. Lo spazio esterno conservava le nostre parti di carne putrefatta, mentre gli impianti meccanici e cibernetici non risentivano dell’usura. Bastava tenerli sopra lo zero assoluto e non si sarebbero rotti. Sembrava che il nostro creatore avesse progettato tutto, sentivamo di portare avanti il suo grandioso progetto di ripopolazione dell’universo con una nuova specie eterna. Una forma di vita tecnorganica, diversa dalle precedenti. Del resto chi erano stati gli umani per decidere cosa fosse vita e cosa morte, cosa fosse organico e cosa inorganico? Noi non avremmo certo posto confini, osservando le stelle collassare e ingoiare tutto, fagocitare nel nero anche la luce, come facevamo noi; vedemmo delle affinità tra i dyborgs e i buchi neri. Essi si nutrivano di tutto ciò che sembrava vivo, pur essendo morti all’apparenza: lo stadio terminale (uno dei vari possibili, secondo la scienza) delle stelle che al contrario generavano la vita, pur se consumandosi irreversibilmente come delle candele cosmiche. E chissà che non ci fosse qualcosa al di là dei vari orizzonti degli eventi, che non ci fosse qualcosa  al  di là  di  noi  zombie-cyborg,  una  nuova  forma  di  esistenza  più  vicina  a quella di Dio, chissà che la nostra gaia scienza non fosse finalmente riuscita a diffondere nello spazio una nuova (non) vita, trasformando ancora una volta tutto quello che si pensava su di essa, sull’universo e su tutto il resto…

Solo gli eoni ce lo diranno.

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