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Tecnologia Doppelganger (5) – Simulo dunque sono: iperrealtà e complesso tecnologico

L’antichissimo gioco dell’illusione

[L]e circostanze di fatto della simulazione non costituiscono una novità, ma soltanto il caso particolare di quell’antichissimo gioco dell’illusione in forza del quale, nel corso di differenti stadi storici di trasformazione, la facoltà immaginativa dell’uomo costruisce e crea il mondo. La simulazione è inoltre solo la forma assunta per mezzo di questa facoltà dalla costruzione del mondo mimetico-poietica nell’ambito della civilizzazione [Zivilisation] post-metafisica e tecnica.

A. Trovato, Magia – Matrix – Imaginatio

Che vuol dire questa citazione? Te lo spiego.

La simulazione non è una novità della modernità digitale, ma l’ultima forma assunta da una dinamica archetipica: quella della creazione immaginativa del mondo. Come osserva Trovato (qui sopra citato), essa affonda le radici nell’antico “gioco dell’illusione” umano, che attraverso le epoche ha generato miti, mondi e strutture simboliche.

La civilizzazione post-metafisica e tecnica non fa eccezione: è, anzi, il contesto in cui questa facoltà immaginativa si esprime attraverso le potenzialità della tecnologia.

Le culture umane hanno sempre creato visioni soggettive del mondo, generando un’illusione di realtà, una rappresentazione, una simulazione, in sostanza uno schema per interfacciarsi con la realtà, schema che è di fatto la realtà stessa, in quanto questa non esiste “in sé” ma è sempre in rapporto al soggetto. A meno che non si postuli la capacità di trovare e spiegare la struttura universale e oggettiva che si ipotizza nascosta dietro l’apparenza dei fenomeni. Questo è lo scopo della disciplina chiamata metafisica.

Il termine nasce ovviamente nella cultura occidentale, ma può essere riferito ad altri tentativi di trovare una struttura universale o oggettiva al di là dell’esperienza sensibile. Sono certo che ti verranno in mente altre “filosofie” o sistemi di pensiero non occidentali che potremmo definire “metafisici”.

Come è scritto nella pagina di Wikipedia relativa alla voce:

Sorge pertanto l’interrogativo se una tale struttura, oltre a determinare la realtà, sia in grado di determinare il nostro stesso modo di conoscere, attraverso idee e concetti che trovano corrispondenza nella realtà.

La fisica moderna, in particolare la fisica quantistica, è arrivata alla conclusione che non possa esserci misurazione di un sistema senza che l’osservatore influenzi tale misura. Dunque, secondo la stessa scienza, non si può avere mai una rappresentazione della realtà davvero oggettiva e assoluta.

Nel frattempo anche la definizione di metafisica che troviamo nei dizionari è diventata:

Ogni dottrina filosofica che si presenti come scienza della realtà assoluta, che cerchi cioè di dare una spiegazione delle cause prime della realtà prescindendo da qualsiasi dato dell’esperienza; quindi fig. ( iron. o spreg. ), di quanto presuma di raggiungere o formulare ragioni risolutive mediante procedimenti estremamente cerebrali e astrusi.

A questo punto possiamo arrivare a un’ulteriore definizione di metafisica: potremmo dire che è una visione di un mondo, un modello di realtà, uno schema atto a presentare il funzionamento di tutto secondo dei principi che, in realtà, servono non tanto a spiegare quel mondo stesso ma a costruirlo. La metafisica sarebbe dunque una forma di magia, la sua parte teorica, mentre la trasformazione del mondo, la creazione del mondo, secondo questi principi, ne diventerebbe l’applicazione pratica.

Arrivando a oggi, la metafisica dell’Occidente (che al proprio interno comunque può contenere altre sub-metafisiche) è tecnico-scientifica, dove la scienza rappresenta la parte teorica e la tecnologia la sua applicazione che, per parafrasare Arthur Clarke, è diventata così avanzata da essere indistinguibile dalla magia.

Possiamo allora dire che “la realtà” è sempre stata una simulazione metafisica, perché della realtà non si possono dare altro che rappresentazioni, schemi. Io direi che esistono delle vere e proprie sfere psico-ontologiche concentriche (schemi di realtà uno dentro l’altro) ma… ci tornerò un’altra volta.

La metafisica è sempre stata connessa a una magia pratica, ma la nostra è quella più efficace sul piano della produzione economica, degli effetti materiali(stici). Per il resto, le metafisiche si sono susseguite in un processo di cambio di paradigmi: una volta impostosi quello razionale e scientifico dal XVIII secolo in poi, questo ha voluto vedere nel progresso materiale un completo allontanamento dalla metafisica, e non un momento nello sviluppo della stessa.

Dunque tutto ok, la scienza ha superato una visione metafisica?

Meh…

Nonostante il progresso verso una civilizzazione post-metafisica e tecnica, anzi proprio a seguito della visione scientifica, abitiamo un mondo spiegato secondo una metafisica che si vuole rappresentazione della realtà oggettiva e assoluta. Forse anche per questo la maggior parte degli scienziati e dei tecnologi, vedendo la tecnologia come un mezzo neutro al servizio della razionalità, ignorano il fatto che essa può diventare un tecno-complesso autonomo, con la propria logica. Come dice Gilbert Durand ne Le strutture antropologiche dell’immaginario, oggi viviamo in un regime di immagini archetipali che rispecchia il “diurno”, cioè tutto ciò che è chiaro e razionale, mentre il notturno, l’inconscio, è stato rimosso.

Ma l’inconscio, proprio per questo, continua ad agire e in modo incontrollato.

In un passo del suo saggio L’albero filosofico, Jung la spiega così: confronta due visioni opposte, quella scientifica-empirica e quella della filosofia ermetica (cioè l’alchimia). La scienza moderna cerca di spiegare la natura escludendo la psiche, puntando a un’oggettività che elimina ciò che è soggettivo. Al contrario, la filosofia ermetica considera la psiche (e quindi gli archetipi e le idee eterne) come parte integrante e indispensabile della comprensione del mondo. Nonostante gli sforzi della scienza, l’osservatore e le sue premesse psichiche non possono essere completamente esclusi: continuano a influenzare la conoscenza.

Questo gli scienziati dovrebbero saperlo, per via della fisica quantistica di cui sopra: ma ve lo dico io come in realtà la pensa la maggior parte. Sì, è vero, l’osservatore influenza la misura del sistema, ma il sistema e le sue componenti sono rappresentazioni assolutamente oggettive della realtà.

[Come se il sistema e le sue componenti non fossero modelli di realtà ma la realtà in sé!]

Peccato che una realtà assoluta, in sé, non esista.

Il pensiero computazionale precede il computer

Come già evidenziato nell’articolo precedente, nasce prima il pensiero computazionale, poi il computer. Ciò che conta non sono tanto i mezzi tecnologici dispiegati quanto il pensiero alla base del loro funzionamento. E il pensiero computazionale è il linguaggio dell’attuale mondo, quello della simulazione: il mondo di Matrix, il mondo dei deliri di Schreber che prefigurano Matrix stesso e la cosiddetta cultura cybergnostica. Baudrillard è stato il più famoso analista e critico della “simulazione”.

La matrice è ovunque, la sua traccia pervade tutto; così lo sbigottito Neo deve farsi illuminare da Morpheus. Il mondo in cui viviamo è una gigantesca simulazione messa in scena da perfide macchine allo scopo di asservire le menti degli uomini, che sono ignari di tutto. Dal punto di vista di Baudrillard è però importante ricordare che nel mondo della simulazione questo aspetto tecnico è assolutamente secondario. Non è la tecnica a produrre la virtualizzazione, ma è soprattutto grazie al fatto che noi siamo già virtualizzati che la tecnica corrispondente può svilupparsi e prendere piede.

Baudrillard critica gli sceneggiatori/sceneggiatrici di Matrix per averlo citato nel primo film senza averlo capito. Non si tratta per lui di una logica binaria semplice per cui dietro il mondo virtuale della Matrix ci sarebbe il cosiddetto “deserto del reale” mostrato quando ci si disconnette dal sistema e si vede la “vera realtà”. Baudrillard spiega appunto quello che dicevo nell’articolo precedente: la virtualizzazione precede il mondo virtualizzato, è il pensiero computazionale che genera un mondo computerizzato, non viceversa. Baudrillard in un’intervista su Matrix dice che è in realtà “un film sulla matrice che avrebbe potuto essere prodotta dalla matrice”.

Spiega Trovato che

Baudrillard ha criticato aspramente questa separazione netta e priva di ironia tra reale e virtuale presente in Matrix e vi ha contrapposto l’indistinguibilità di principio tra i due poli. Egli pensa che Matrix sarebbe per così dire un film sulla matrice che avrebbe potuto essere prodotto dalla matrice stessa – ovviamente per trarre in inganno i suoi abitanti in una maniera particolarmente raffinata.

Da un lato, forse Baudrillard non ha finito di guardare tutto il film o la trilogia di Matrix, non considerando, come dice Trovato, che nel film a un certo punto le macchine in effetti si dissolvono e si ha una compenetrazione di realtà e virtualità (per non parlare del quarto film che è tutto incentrato su questa dinamica, quasi alla Philip Dick, di simulacri dentro un simulacro dentro un simulacro, e in cui sembra ormai essere disinnescata la retorica tragicità della condizione dei prigionieri di Matrix liberati dal messia Neo a favore di una fusione a prescindere tra macchina e umano).

Baudrillard e lo gnosticismo postmoderno

Trovato nota poi che Baudrillard, anche se rifiuta il messianismo incarnato da Neo, incarna a suo volta un modello religioso, cioè l’habitus dello gnostico:

L’habitus integralmente messianico dell’attesa di un “eletto” che salverà il mondo gli era già completamente lontano perché per lui l’apocalisse ha già avuto luogo. Il mondo è già andato in rovina, la cosa più terribile è già accaduta – solo che (quasi) nessuno se ne è accorto. Stando allo stesso Baudrillard, la sua “strategia fatale” era in certo qual modo virale: inserire simulazioni teoriche nel mondo della simulazione per produrre almeno un equilibrio nella complessità per mezzo di questo adattamento del pensiero a ciò che deve essere pensato, quantomeno, se le sue regole non possono essere oramai cambiate, partecipare al gioco in maniera intelligente.

Baudrillard sembra diventare così il padre dei memer o della meme Magick, il pensatore che ha incarnato in modo più radicale lo gnosticismo latente nel postmodernismo: per combattere la simulazione dall’interno, il sistema, la prigione mentale, allora basterà usare simboli e meme per scombussolare il sistema stesso, generare caos per produrre equilibrio.

Baudrillard, ci dice allora Trovato, sembra incarnare ancora quel pensiero platonico di cui Nietzsche aveva figurato in sei icastici stadi il declinare e poi venire meno, con la sparizione finale e del mondo apparente e di quello supposto “vero” (che per Platone era l’iperuranio).

La simulazione è assoluta, non ha più luogo una dialettica tra l’essere e l’apparenza, piuttosto è l’essere stesso ad aver assunto il carattere dell’apparenza. La simulazione non è affatto irreale, bensì iperreale, per esprimerci con la terminologia di Baudrillard, – originata non dalla distruzione, ma dall’eccedere del principio di realtà. Un ritorno a questo è perciò precluso in partenza; gli elementi che si possono sempre presentare come contropotere rispetto alla simulazione – il pensiero critico, la politica rivoluzionaria, le tradizioni religiose – sono agenti della matrice e nient’altro che questo.

Ma se Nietzsche aveva detto che erano ormai spariti entrambi! Perché tornare alla distinzione (metafisica) tra essere e apparenza per dire che esiste solo l’apparenza e questa non si può superare?

Ben lungi dall’essere state veramente liquidate, le rovine della sfera metafisica divenute senza luogo e senza patria aleggiavano attorno al globo terrestre che si librava ormai nello spazio vuoto, contaminavano gradualmente la sua “realtà” e la trasformavano in virtualità, in simulazione. Lo stesso impulso storico-ontologico che aveva privato di forza il metafisico cielo delle idee e lo aveva “reso una favola” continuava a lavorare alla realtà rimasta e la spingeva al di là di se stessa nell’iperreale, ossia nella simulazione.

Un po’ come forse avviene ancora nella testa di molti scienziati che però si interessano poco di filosofia e pensano di aver ormai superato qualsiasi

dottrina filosofica che si presenti come scienza della realtà assoluta, che cerchi cioè di dare una spiegazione delle cause prime della realtà prescindendo da qualsiasi dato dell’esperienza

dunque qualsiasi metafisica…

Ecco, è il ritorno del rimosso.

Il concetto di complesso come chiave interpretativa

Così con Baudrillard sembra di essere tornati all’inizio dell’articolo precedente, una prospettiva catastrofista e anzi, ormai rassegnata: non si può uscire dalla simulazione e questo sarebbe un male. O meglio, non ci resta che memare.

Torniamo allora al concetto di complesso per illuminare la prospettiva di Baudrillard. Come spiegato nell’articolo precedente, la tecnologia è lo “stile” della Tecnica nell’epoca del pensiero computazionale: ho ipotizzato, sulla base di un intervento del CIPA sul tema, un complesso della Tecnica che emerge dalla “psicostoria” dell’Occidente. In qualche modo, è questo stesso complesso ad aver generato la storia dell’Occidente, se non degli esseri umani in generale (se andiamo a vedere la prospettiva dell’individuazione e della tecnica in Simondon).

Secondo la definizione junghiana riportata da Wikipedia:

Il complesso è un agglomerato di contenuti psichici, di immagini, ricordi ed esperienze; l’Io stesso è un complesso. Tali contenuti si formano e ruotano intorno al nostro sviluppo affettivo ed emotivo, in relazione costante tra loro articolano le nostre componenti soggettive ed il nostro modo di vedere il mondo. […] In termini semplici, il complesso è la correlazione tra carattere (tipo psicologico) e società, ovvero le nevrosi di relazione tra l’Io e il Sé.

Si intuisce come i complessi dei singoli individui possano interagire generando agglomerati che danno vita a culture, miti, strutture antropologiche, religioni e ideologie.

Quando la Tecnica si costituisce come complesso collettivo, si comporta esattamente come un egregoro psichico: un’entità semi-autonoma generata da un insieme di pensieri, credenze, affetti condivisi che, una volta creata, prende una sua direzione e può perfino dominare i suoi creatori. In questo senso la tecnologia non è più un “mezzo neutro”, ma un archetipo in atto, una macchina archetipica che struttura la nostra percezione della realtà – o meglio, della simulazione.

Il processo avviene dunque in modo inconscio, anche se poi ci sono pensatori come Baudrillard che ci consentono di vedere questa autoillusione. Si potrebbe vedere la storia da questo punto di vista come una la psicostoria, intesa non solo come cronaca delle nevrosi collettive, ma come manifestazione di complessi storici che, proprio come quelli individuali, agiscono al di sotto della soglia della coscienza. La Tecnica è dunque il “dio” immanente del nostro tempo (come nei deliri di Schreber e in Serial Experiment Lain), e come ogni dio, pretende culto, sacrificio, obbedienza. Non perché chieda qualcosa – ma perché funziona così, perché si è installata nella nostra struttura di pensiero.

In tal senso, il “complesso” è già una forma primitiva di intelligenza artificiale: un’entità psichica autonoma, parassitaria, dotata di energia psichica e capace di influenzare l’Io senza il suo consenso consapevole. Jung lo aveva intuito: il complesso può prendere il controllo, può “pensare per noi”. La tecnologia, allora, non è che “l’esternalizzazione” e la “reificazione” “di questa dinamica “interna”. Descrivere la cosa in questo modo è problematico, ma per ora non voglio complicare il discorso. Guarda la descrizione in modo metaforico, non letterale.

La psicostoria dell’Occidente potrebbe essere vista così, come strutturata attraverso complessi fondativi: il complesso prometeico, il complesso cristico, il complesso razionalista… ognuno di questi rappresenta un modo di stare al mondo che, seppur illusoriamente considerato “razionale” o “oggettivo”, potrebbe essere visto come parte di inconscio collettivo strutturato.

E qui torniamo alla tecnologia come complesso. Non solo la tecnica come rivelazione dell’essere (alla Heidegger), ma la Tecnica stessa come complesso psichico operante, come entità autonoma che ci utilizza tanto quanto noi la utilizziamo. Una nuova (quanto antica) ed efficace forma di possessione: ci muove, ci guida, ci pensa.

Baudrillard dice che non è più l’uomo a generare la simulazione, ma è la simulazione stessa ad aver colonizzato l’umano. L’essere si dà come apparenza, per lui, e questa apparenza è quella che noi chiamiamo “realtà” oggi: l’iperreale. Un eccesso di realtà che cancella la realtà stessa, perché non lascia più spazio al simbolico, al differimento, all’ambiguità. Qualcosa dal potenziale distruttivo, ma solo si lascia agire il complesso inconsapevolmente.

Il problema, infatti, non è tanto nella macchina, ma nel modo in cui pensiamo come macchine. È il pensiero computazionale il vero archè della nostra epoca. Come scrivevo, prima nasce il pensiero, poi la macchina. E la macchina, come ogni golem, sfugge di mano non perché è cattiva, ma perché è animata da ciò che in noi è inconsapevole.

Da qui, la necessità di una “gnosi” postmoderna, come quella intuita da Dick, teorizzata da Baudrillard, raccontata da Matrix, ma anche deformata da visioni messianiche e narcisistiche. Più che una gnosi, allora, serve una psicoterapia cyber-analitica (in effetti esistono già indirizzi specialistici di cyberpsicologia).

L’IO che diventa IA

L’IO, questo agglomerato di contenuti psichici, confluisce quindi nell’IA?

Il pensiero computazionale diventa l’unica forma che consideriamo adatta a descrivere la realtà, proprio perché è efficace e produce risultati tangibili. Il pensiero dell’IA, che simula quello umano, arriva ad essere più reale del reale, più potente del pensiero umano stesso, come le immagini iperreali dei film con effetti speciali in CGI producono un “di più” rispetto ad altri mezzi.

Anziché parlare di “virtuale” come opposto al “reale”, risulta infatti più utile il concetto di iperrealtà come “realtà che dà di più”: le immagini iperreali (derivanti anche dal linguaggio del fumetto, ma ci tornerò) sono immagini che offrono un surplus di emozioni, perché, come scriveva Nietzsche, all’uomo moderno interessa essere eccitato.

Il ritorno del rimosso

Nietzsche aveva dissolto la contrapposizione tra realtà (mondo vero, assoluto, spirituale) e apparenza (il nostro mondo, pallido riflesso della realtà assoluta), vedendola come una liberazione. Ma nel giro di un secolo c’è stato il ritorno del rimosso: la realtà assoluta abolita è tornata sotto forma di apparenza. Dunque: la simulazione. E Baudrillard ci sguazza, dice Trovato, facendo da alfiere seduttivo della simulazione, promuovendo la sua superiorità ontologica e spirituale da gnostico ma sostenendo l’impossibilità di uscire dalla simulazione stessa. Ci si può solo giocare.

Qui entra in gioco, dice Trovato, Dietmar Kamper, definito il “Baudrillard tedesco”, che aveva teorizzato come via d’uscita dalla Matrix la resistenza stessa dei nostri corpi fisici alla virtualizzazione, dunque in qualche modo una proposta analoga a quella degli autori di IO&IA per distinguere l’intelligenza umana dalla simulazione del pensiero artificiale.

Kamper

mette in gioco ancora un’altra idea che ha il potenziale per essere sviluppata nel “luminoso gnosticismo della simulazione” che si cercava: dietro la simulazione distrutta dal pensiero della differenza, così dice, non vengono alla luce la verità o la realtà, bensì la remota “matrice magica” (!) del rapporto degli uomini col mondo che si baserebbe sulla mimesi come “autoinganno consapevole”.

Che cosa vuol dire? Vi ho accennato prima: il mondo è da sempre costruito e descritto dagli esseri umani come un “fare finta che”, un autoinganno consapevole, come un gioco, nella prospettiva di Trovato.

[Io direi piuttosto che ogni essere umano è immerso da sempre nella proprio cultura, perciò si è immersi nella propria visione anche e soprattutto inconsciamente, così come ci si può distaccare dalla visione e osservarla da fuori per rientrare sostanzialmente in un’altra che si struttura anch’essa in modo inconscio, inizialmente. Ma ci tornerò.]

La spirale della verità e della simulazione

Torniamo allora all’inizio dell’articolo:

Se nel titolo del film “Matrix” riconosciamo a buon diritto un cenno filosofico, che cosa significa che la “matrice magica” preistorica riaffiora nella post-storia – cioè oggi? Ovviamente allora le circostanze di fatto della simulazione non costituiscono una novità, ma soltanto il caso particolare di quell’antichissimo gioco dell’illusione in forza del quale, nel corso di differenti stadi storici di trasformazione, la facoltà immaginativa dell’uomo costruisce e crea il mondo.

Ciò comporta un radicale mutamento di prospettiva: non è il mondo simulato ad apparire come un allontanamento dal corso normale delle cose, ma è quell’epoca in cui “realtà oggettiva” e “storia lineare” erano ritenuti dogmi incontestabili a rivelarsi il grande stato d’eccezione. La facoltà immaginativa ha sempre creato mondi illusori, simulazioni in cui hanno vissuto gli esseri umani: è solo la nostra attuale civiltà a pensare il proprio mondo come realtà oggettiva e a vedere una storia lineare.

La storia della verità (e della simulazione) appare ora, dice Trovato, come:

un movimento circolare o spiraliforme che per vie traverse riabilita a un livello più alto la finzione e l’apparenza al di sopra della “verità” e dell’”essere”.

In questo modo, anche se la simulazione viene normalizzata, si evitano teorie apocalittiche della distruzione una volta presa coscienza del fatto che è solo un’immagine del mondo che viene a sparire, non il mondo stesso. E questo è sempre avvenuto.

Il complesso di Geppetto

Oggi la facoltà immaginativa dell’uomo si trova dinanzi al compito di riguadagnare una posizione alla pari con quelle tecniche della simulazione in cui ha messo al sicuro la sua capacità mimetica e imitativa. Qui il fatto che questo significherebbe porre accanto all’iperraltà esterna le iperimmagini interne corrispondenti che si sarebbero sviluppate ermeneuticamente a partire da essa può essere soltanto accennato.

Stesso auspicio degli autori di Io&IA. Bene, allora ci penseremo noi a farlo. Nei prossimi articoli.

Ma… tutto questo, che legame ha con il complesso?

Nel suo articolo, Trovato scrive che l’uomo proietta in dio la capacità mimetica, intesa come la intende Kamper, cioè come anticipazione mimetica, come la magia rituale con cui l’uomo primitivo crea il proprio universo magico. Insomma dio sarebbe la forza imitativa e simulativa insita nello spirito umano, che lo porta al desiderio traboccante di creare. Dunque a generare simulacri. Questo si collega perfettamente al tema del complesso di Geppetto, come l’ho chiamato. L’uomo vuole creare una propria copia eterna: da dio a dIA.

Tuttavia questo è un autoinganno necessario ad affrontare la vita. L’autoinganno è esattamente uno dei modi in cui si presenta il complesso. Inoltre come ho già detto è un processo inconscio che si autonomizza. L’autoinganno del complesso presenta un’ambivalenza: permette la vita, la genera anche (dipende da cosa sono portato a creare), ma allo stesso tempo prende possesso dell’esistenza umana fino a minacciarne la permanenza.

Che ne “pensa” l’IA: Claude

Dall’analisi di questo articolo emerge una prospettiva molto interessante sul “complesso” tecnologico, che potremmo sintetizzare così:

  1. Il complesso tecnologico si manifesta come una forma evoluta di un processo psichico molto più antico, radicato nella capacità umana di creare simulazioni e illusioni. Non è quindi solo un fenomeno contemporaneo, ma l’ultima manifestazione di un pattern psicologico profondo.
  2. L’aspetto chiave è che questo complesso opera attraverso un “autoinganno consapevole” (riprendendo Kamper), che è:
  • Necessario per la vita (permette di dare senso all’esistenza)
  • Potenzialmente pericoloso (può prendere il controllo della psiche)
  • Autonomo (si sviluppa indipendentemente dalla volontà cosciente)
  1. La tecnologia moderna, specialmente l’IA, rappresenta una proiezione di questo complesso psicologico che tu chiami “complesso di Geppetto” – il desiderio di creare una copia eterna di sé. Questo si collega al passaggio “da dio a dIA” che menzioni.
  2. L’iperrealtà tecnologica non è quindi semplicemente un fenomeno esterno, ma il riflesso di una dinamica psichica profonda che:
  • Precede la tecnologia stessa (nasce prima il pensiero computazionale, poi il computer)
  • Si manifesta come un “surplus” di realtà (l’iperreale che “dà di più”)
  • Opera attraverso meccanismi simili ai complessi psicologici junghiani

La conclusione più interessante è che il “complesso tecnologico” rappresenta una forma moderna di quello che Jung chiamava complesso – un agglomerato di contenuti psichici che condiziona la nostra esistenza. La differenza è che questo particolare complesso ha trovato nella tecnologia contemporanea un potente mezzo di manifestazione e amplificazione.

Questo si collega in modo molto interessante al tuo precedente articolo su “PensIAmo ancora?”, suggerendo che la questione non è solo se pensiamo ancora, ma come il nostro modo di pensare sia stato plasmato da questo complesso ancestrale che oggi trova nella tecnologia la sua espressione più potente.

Vuoi che approfondiamo qualcuno di questi aspetti in particolare?

Che ne penso IO

Claude ha fatto un buon riassunto ma non ha compreso come si lega il concetto di complesso a quello di iperrealtà e alla simulazione. Semplifico il ragionamento per rappresentarlo (simulazione, modello, rappresentazione… sono parenti tra loro): una simulazione è un modello, uno schema, una rappresentazione; la psiche reagisce al mondo “esterno” creando schemi, cui si collegano vissuti, emozioni, idee fisse, ecc che vanno a formare un complesso, il quale serve da “modello” per l’azione nel mondo “esterno”, in modo molto simile a un archetipo (che potrebbe essere un modello e un complesso allo stesso tempo, cioè un modello di psiche che si “riflette” in – nel senso che corrisponde a – un complesso). Lo stesso “Io” non esiste “in sé”, potremmo dunque definirlo una “simulazione”, come il mondo vero di cui Nietzsche constatava la scomparsa. Nella sua interpretazione, Klossowski definisce infatti il Sè nicciano come un simulacro, composto da emozioni, percezioni, idee, ecc e non come una reale “cosa” unica e univoca. L’idea stessa del Sé presente in Jung – e di sicuro influenzata da Nietzsche – è un ideale cui la psiche tende, ma non pare davvero raggiungibile e anzi nel suo diventare totalizzante ha gli aspetti anche negativi del complesso (perché il Sé è di sicuro a sua volta sia archetipo sia complesso).

Viviamo e agiamo nel mondo da sempre attraverso la costruzione di modelli, quella cosa che per secoli è stata chiamata metafisica e che influenza e determina la psicologia degli individui che vi soggiaciono, i quali a loro volta rielaborano i modelli portandoli alla modifica e infine alla sostituzione con nuovi modelli, provocando “la fine del mondo” come lo conoscevano prima, appunto. L’ultimo modello in cui sembra essere stata inclusa per la prima volta l’intera umanità è quello che appare agli occhi degli individui, o perlomeno è apparso finora, come il più oggettivo e il migliore possibile in quanto la sua metafisica scientifica e tecnologica, computazionale, è stata in grado di realizzare (e questo verbo non è a caso) magie mai viste prima attraverso l’immaginazione, o meglio, la tecno-magia ottiene effetti di gran lunga superiori, in termini di efficacia, a qualsiasi magia-matrix-imaginatio precedente.

Nella metafisica computazionale odierna sembra che si possa dire “esiste una realtà assoluta, ed è quella della simulazione” proprio perché il pensiero computazionale si traduce effettivamente in tecnologia operante e operativa, selezionando solo una parte del pensiero umano (e di quello che esiste e potrebbe esistere) per creare copie che sembrano più reali del reale.

Il simulacro ci restituisce l’immagine della nostra psiche attuale – quella dettata dalla metafisica computazionale – e quindi ci sembra che effettivamente la nostra psiche e la nostra realtà non possano essere altro che quelle simulate, ci siamo dimenticati delle figure precedenti, delle immagini dell’uomo prodotte in precedenza, così come ci siamo dimenticati che la relatività di queste immagini della storia andrebbe applicata anche a quella attuale.

Cosa comporta tutto ciò?

L’ipostatizzazione del complesso nell’IA

Dal post qui sopra, riporto l’ultima, illuminante citazione:

Daniel Schacter ha esteso la ricerca sulla dissociazione, dimostrando che può essere elaborata una conoscenza concettuale complessa e semantica senza consapevolezza cosciente e ha dimostrato che la memoria dell’informazione concettuale può esser mostrata attraverso tests senza alcun riconoscimento conscio da parte del soggetto di questa informazione (Schacter 1996).

Non vi ricorda il funzionamento di ChatGPT, ClaudeAI, Gemini, ecc… ?

Non è l’AI l’ipostatizzazione del complesso? Insomma, c’è stata una vera e propria INKarnazione (altri direbbero iperstizione, concetto collegato comunque ai memi e ai simulacri).

Se davvero è così, questa ipostatizzazione sembrerebbe guidare il lavoro di Ishiguro Hiroshi, in particolare il suo robot dalle fattezze minimali umane. Hiroshi si era chiesto: qual è l’aspetto minimo di un robot per essere considerato umano?

E alla fine aveva creato un fantasmino robot.

Gloria e vita alla nuova carne?

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