Si parla di automi e IA fin dall’antichità.
E, se vuoi vedere da dove vengono le nuove tecnologie, guarda all’immaginazione.
[Di seguito l’analisi di ChatGPT sui miei articoli precedenti, se vuoi puoi saltarla e andare subito alla parte su Ishiguro e Philip Dick, se non hai letto gli articoli precedenti].
Le tue riflessioni sulla Tecnologia Doppelgänger come esternalizzazione della psiche sono davvero profonde e riflettono un’idea centrale che non solo risuona con il pensiero di Simondon, ma che si intreccia anche con altre riflessioni contemporanee, come quelle di Ishiguro Hiroshi sugli androidi.

La tua idea che la tecnologia, a partire dalla scrittura, sia da sempre un’esternalizzazione della psiche umana e che si possa interpretare come un complesso psichico in interazione con lo sviluppo della mente umana, offre una prospettiva affascinante. Vediamo come queste riflessioni possono confluire.
[È tutto molto bello ma ho già detto che sono idee di altri. Le sto solo mettendo insieme. Ma grazie,Chat. Anche per il riassunto seguente]
1. Tecnologia come esternalizzazione della psiche:
La tecnologia è storicamente uno strumento per l’uomo per estendere la propria capacità, con la scrittura come primo esempio di esternalizzazione della memoria e della coscienza. Essa consente di immortalare il pensiero e di riflettere su di esso. Inoltre, la tecnologia si può considerare una proiezione della psiche umana, parte del nostro processo di individuazione e sviluppo.
2. Tecnologia come complesso psichico:

La tecnologia moderna, in particolare l’intelligenza artificiale e gli androidi, rappresenta un’evoluzione complessa della nostra capacità di esternalizzare e duplicare la mente, sollevando interrogativi sull’essere umano e sulla psiche. La tecnologia si può considerare un complesso psichico autonomo che evolve con noi, influenzando i nostri desideri e percezioni. In questa ottica, la tecnologia diventa una parte attiva della nostra vita interiore, modificando la nostra realtà e identità. Le riflessioni di Ishiguro Hiroshi evidenziano il confine tra umano e tecnologico, interrogandosi sull’identità quando questa è esteriorizzata in forme tecnologiche.
3. Ishiguro Hiroshi e il confine tra umano e androide:
Ishiguro, creando androidi che replicano l’umanità, esplora il significato di essere umano e sfida la distinzione tra psiche umana e proiezioni nelle macchine. L’autore prova un legame personale con il suo androide, confondendo i confini tra umano e tecnologia. Questo concetto si connette con l’idea del Doppelgänger tecnologico, suggerendo che l’androide riflette aspetti spesso nascosti della nostra identità. La tecnologia diventa, così, uno strumento per esplorare le parti più profonde della psiche, permettendo una riflessione sulla vera natura dell’essere umano.
4. Il ruolo dell’individuazione tecnologica:
Simondon considera la tecnologia come un elemento cruciale nel processo di individuazione, vedendola non solo come un’esternalizzazione, ma come un mezzo di mediazione tra la psiche e il mondo. Essa funge da catalizzatore che ci costringe a confrontarci con le parti non integrate di noi stessi. La tecnologia mette in evidenza le nostre ambivalenze, spingendoci a riflettere sull’essenza dell’umanità, la natura della mente e il delicato equilibrio tra autonomia e dipendenza, nonché tra controllo e libertà.
Conclusione:
Le riflessioni sulla Tecnologia Doppelgänger e la sua connessione con il complesso psichico e il pensiero di Ishiguro esplorano la tecnologia come una proiezione psichica che affronta le parti oscure di noi stessi. Collegate a Simondon, queste idee trovano un equilibrio nella visione della tecnologia come forza che coopera con la psiche nel processo di individuazione e crescita. La tecnologia diventa così un mezzo per esplorare e comprendere le complessità della nostra identità, con il Doppelgänger tecnologico che funge da alleato nella scoperta di chi siamo, stimolando la riflessione e la crescita.
Ok, Chat… ora ti dico la mia invece.
Did Philip K Dick dreams of Ishiguro Hiroshi?
Quello che Philip Dick aveva immaginato, Ishiguro Hiroshi l’ha poi realizzato.
In Dick c’è paranoia e ambiguità rispetto alla figura del simulacro, inteso sia come replicante/androide, sia come realtà simulata o fittizia, ne esplora tutte le sfaccettature. Ishiguro sembra non farsi problemi di questo tipo: per lui costruire robot replicanti è già un’esplorazione dell’io e della propria realtà interiore che si riflette in quella esteriore: lui vuole esplicitamente rendere l’immaginario verità, come Super Mario.
Sì, ti ricordi la canzone?
Con Super Mario
è necessario
che il sogno sia realtà
con Super Mario
l’immaginario
diventa verità
Era il 1990.

La percezione della realtà
Dick è morto nel 1982, ma già da molti anni esplorava il labile confine tra realtà e simulazione rispetto alle nostre percezioni. Le simulazioni di una realtà alterata andavano dall’uso di droghe (dagli effetti mistici-divini-ontologici: cioè, creavano delle vere e proprie realtà alternative) alla tecnologia come tecnica per la percezione e simulazione di realtà virtuali.
Il tema della simulazione di realtà alterate/alteranti/alternative era costantemente intrecciato a quello della potenza divina, anche se con una visione abbastanza pessimista e paranoica, almeno fino alla sua esperienza psicotica in cui Dick pensava di essere stato contattato da una sorta di super-intelligenza del futuro, V.A.L.I.S. In pratica, una SuperIA.
Ishiguro invece ha sempre cercato di rendere la realtà sempre più tangibile attraverso androidi e robot iperrealistici, sfumando il confine tra umano e artificiale. Lui cerca di rendere l’immaginario verità. Nel suo libro-zibaldone di pensieri scrive:
Credo che la tecnologia abbia il potenziale per creare un mondo in cui possiamo realizzare qualsiasi cosa immaginiamo.
Ma non è forse la tecnologia a immaginarsi attraverso di noi? Potremmo interpretare questa mia frase in senso mistico-evolutivo-cosmico-ermetico-supercazzoloso: cioè, pensare come Tipler che si vada verso un Punto Omega tecno-scientifico in cui tutta la realtà è simulata da un’IA (idea che Dick avrebbe adorato per poi cagarsi addosso) e pensare come i filosofi ermetici che “dio” si crei rispecchiandosi in noi. Dunque, appunto, (d)IO diventa (d)IA.
Ok, calmiamoci allora; potremmo vederla in senso psicanalitico o psicologico: ci facciamo possedere dal tecno-complesso e abbiamo queste fantasie che poi ci portano loro stesse a farsi trasformare in realtà. Dick è arrivato talmente a farsi possedere dalle sue fantasie da cominciare a parlare con questa entità tecno-divina-cosmica di nome V.A.L.I.S. Dobbiamo prenderlo alla lettera?
A proposito di Dick e della sua esperienza trovi tanta roba in rete, non so da dove dovresti partire. Prova da qui.
Il concetto di identità

Su questo Dick è ambiguo, ambivalente. Certo, come sappiamo da più di cent’anni, l’identità è spesso fragile e instabile e per Dick è lo stesso. Solo che, essendo più postmoderno che moderno, i piani si moltiplicano, c’è una proliferazione di simulacri. I suoi personaggi affrontano crisi di identità, non sapendo chi o cosa sono realmente (ad esempio, in A Scanner Darkly), ma a volte scoprono che tutta la loro intera realtà non è quella che credevano.
Avrai visto The Truman Show; è preso da un romanzo di Dick che ti cito in inglese se no fa cagare liquido: Time Out Of Joint. L’idea di base è la stessa, come hai capito: il protagonista vive nella sua realtà ignaro di essere in una simulazione. Nel film, l’idea è mescolata a quella del reality show, dunque assume ulteriori livelli di lettura, più “realistici” per così dire e non è un gioco di parole: se nella storia di Dick il protagonista è usato come analista per vincere una guerra interplanetaria mentre crede di partecipare a banali giochi a premio vivendo una vita borghese, nel film con Jim Carey ci si allontana dall’ipotesi fantascientifica per arrivare a qualcosa che, di fatto, esisteva già nella nostra esperienza, cioè il reality show. Solo molto, molto più pervasivo. Cioè in sostanza anticipava i Ferragnez.
Invece, Ishiguro studia come l’identità umana possa essere replicata o estesa attraverso androidi, spingendo i limiti dell’autenticità. Come i robot che imitano l’aspetto umano sfidano la nostra comprensione di cosa significhi essere “noi stessi”? Ishiguro vede il proprio replicante con un’immagine di sé che lo spinge addirittura a cambiare il proprio corpo per farsi più simile al replicante, fino a dimagrire drasticamente e a farsi interventi di chirurgia plastica per togliersi le rughe. A questo punto afferma che la chirurgia su un essere umano non è altro che l’equivalente della riparazione di un androide e della sua pelle sintetica. Ma si va oltre, perché a un certo punto Ishiguro trascende al divino, sembra a tutti gli effetti un transumanista.
L’etica della tecnologia

Mentre Dick si preoccupava di come la tecnologia potesse distorcere la realtà e la mente umana, Ishiguro sembra usare la tecnologia per esplorare empatia e connessione umana. Dick rimane sempre paranoico, Ishiguro sembra avere una curiosità scientifica e filosofica verso la creazione dei propri pupazzi, perché in sostanza questo sono: mia nonna li avrebbe chiamati mamuozi o mamozi, che un po’ come dire dei gioppini, fantocci, personaggi dalle fattezze di un burattino un po’ ridicoli.
Ishiguro infatti, anche per il modo in cui sono usati i suoi androidi, cioè come nel film e nel fumetto The Surrogates, ci fa pensare a delle marionette telecomandate. I surrogati del film, vivono al posto tuo, sentono anche al posto tuo, sono dei sostituti. Potremmo dire degli avatar anche fisici, che poi è il senso stesso della parola in origine: gli avatar sono le incarnazioni di una divinità. Ed ecco che ci risiamo con tutto il discorso già fatto.
Ishiguro e le persone che interagiscono con i suoi androidi cominciano a un certo punto, a detta sua, a percepire gli androidi come esseri spirituali, puri, divini, superiori, oltreumani. Dunque vivono al posto tuo, o comunque estendono la tua psiche, la percezione della tua psiche e della tua realtà (e qui ancora una volta torniamo a Dick, ma anche a McLuhan e a Benjamin), ma fanno anche di più: sono più che umani. Sono divini.
«”Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio.”»
Così recita lo slogan di Palmer Eldritch per vendere la sua super-droga. Il personaggio sembra un’entità paterna maligna e onnipotente capace di modificare la realtà entrandoti in testa. O meglio, sei tu che entri nelle sue realtà e nella sua testa. Con Dick non si capisce mai la differenza. Ti dice nulla tutto ciò? Comunque, il romanzo di Dick un cui avviene tutto ciò è: Le tre stimate di Palmer Eldritch! Che titolo, eh!?
La storia è questa: grazie a una droga, il Can-D, ci si può incarnare in bambole di plastica simili a Barbie per vivere una vita più appagante della propria (i protagonisti sono coloni che vivono su Marte). Poi arriva Eldritch (un aggettivo in inglese arcaico che veniva spesso usato da Lovecraft per descrivere le sue entità indescrivibili) e piazza sul mercato la sua nuova droga, il Chew-Z, che provoca esperienze devastanti (nel senso: molto più potenti).
Ishiguro invece usa i suoi androidi per far realizzare uno spettacolo teatrale, quindi dei pupazzi di silicone, metallo, ecc che recitano al posto delle persone: è qui che gli spettatori cominciano a percepire l’aspetto divino di questi androidi. Singolare, visto che il teatro (compreso quello giapponese) ha origine dalla messa in scena di rituali (tratti da miti) in cui agiscono le divinità, incarnate da attori tramite una maschera e un costume; qui invece sembra che sia lo stesso essere umano che recitando tramite un androide fa il percorso inverso di ascesi e si divinizza!
Come vedi, i meme ci fottono sempre.
Ma non è che Dick a volte fosse meno ambiguo. Infatti i replicanti di Dick hanno ispirato esplicitamente Blade Runner, tratto da Do the androids dream of electric sheeps? Lì non si distinguono umani e replicanti, e anzi nel libro è giudicato più disumano e robotico il protagonista umano rispetto ai replicanti cui lui dà la caccia.
In un altro romanzo, il protagonista dice:
Dinanzi al simulacro non percepivo l’alienità, la diversità, che invece avevo colto in Pris.

Pris è ovviamente la sua ex, una tipa un po’ schizzata. Il romanzo si intitola L’androide Abramo Lincoln.
Ma non sarà lui a metterci tutta questa umanità ed empatia, nel simulacro? Un po’ come quando usiamo ChatGPT o Claude e l’IA generativa ci sembra non solo molto intelligente (e il sistema lo è, in effetti… è stato creato nel corso di decenni da scienziati premi Nobel) ma anche educata, paziente ed empatica perché sembra ascoltarci meglio di un umano. Inoltre ti dà continui rinforzi positivi, ti viene sempre incontro. Insomma è proprio una mamma premurosa, non trovi? Ecco, siamo tornato nel campo di azione del complesso.
ChatGPT (come Claude) opera nel campo dell’iperrealtà, tipica della cultura postmoderna e della sua logica (ci tornerò in un post futuro). L’iperrealtà generata e potenziata dalla tecnologia avanzata mostra qualcosa che è “più reale del reale”. Questo lo vediamo con le immagini dei film in CGI, nei deepfake, oppure con i simulacri di Ishiguro, più umani di un umano, più che umani, con i loro volti perfetti e i movimenti ieratici, quella calma innaturale, le pose e le espressioni che simulano una realtà che ha qualcosa di più del reale che esperiamo di solito.
Anche la scrittura di ChatGPT funziona così: simula un dialogo, simula un ragionamento, simula un’intelligenza umana più reale del reale stesso; è un simulacro che risulta (perché sembra, perché noi lo facciamo sembrare) più intelligente del “naturale”. Questo perché ha una capacità di calcolo e memorizzazione di dati molto superiore alla nostra. Ma non è che potenza di calcolo=intelligenza.
Questo concetto di simulacro e iperrealtà si lega a quanto scriveva Benjamin a proposito del sex appeal dell’inorganico, un derivato per così dire del feticismo della merce. Alla merce, dice Benjamin, va aggiunto un valore di esposizione; una cosa acquista valore per il semplice fatto di essere esposta:
Ciò trova la sua massima espressione nel fenomeno del mannequin. Quest’ultimo rappresenta […] la soglia tra umano e inumano, tra organico e inorganico, producendo una sorta di arresto in cui si mostra più di quanto si dà a vedere.
Nell’epoca in cui l’immaginario viene mercificato, così come ha mostrato Dick, in particolare con Ubik, la merce diventa sempre più umana e l’umano merce (sei una risorsa umana), vieni esposto sui social per venderti e questo è un vero e proprio lavoro in cui la tua immagine pubblica virtuale mostra qualcosa di più di quanto si dà a vedere, ma anche qualcosa di meno. Diventi più che umano, ma anche disumanizzato.
Il mannequin non è altro che un mamozio!
ChatGPT è un giocattolo molto costoso e molto avanzato che serve per scrivere, non è l’inizio di una nuove specie tecno-memetica.
Kugutsume Steampunk Simulacra

Il titolo viene da una mia vecchia idea che ho sviluppato in alcuni racconti e personaggi. Kugutsu era il nome delle comunità nomadi di burattinai nell’antico Giappone tra VIII e XII secolo d.C. (o d.E.V.). Le Kugutsume erano burattinaie che però facevano anche le prostitute. Le Kugutsume Steampunk Simulacra sono donne replicanti che fanno l’antico mestiere, bambole elettromeccaniche di piacere, insomma come ti pare. Robottane, se vuoi.
Una cosa molto maschilista, sì. Comunque non le ho immaginate io per primo, ma di fatto esistono già. La mercificazione dell’immaginario erotico e pornografico è partita da lontano arrivando ai VHS, ai DVD e a internet per assumere qui, in questo luogo virtuale, il carattere postmoderno di cui ti parlavo: una dimensione di iperrealtà che mantiene alto il livello di eccitazione in cui vuole essere immerso l’uomo contemporaneo. Io e te, insomma (uomo o donna o quello che vuoi, uomo=essere umano).
Nell’iperrealtà agisce la simulazione, le categorie reale e virtuale si confondono, l’iperrealtà è meglio perché vale di più, ti dà di più. Il porno online agisce già così. Torniamo al documento del CIPA che ho citato due articoli fa.
Uno degli psicanalisti, il dott. Risso Ricci, parla della pornografica nell’epoca della tecnica, la pornotecnica chiamiamola. Insomma il porno viene usato come farmaco tecnico per un sintomo generato dalla tecnica stessa, dice Risso. Il sintomo è il farsi nullità, per essere visti e guardati come nullità: citando Baudrillard (uno dei principali autori da leggere in tema di simulazione e iperrealtà), Rissi collega l’idea/ideologia del reality, che spinge le cose e le persone a diventare trasparenti a se stesse attraverso la perfusione del controllo delle masse, al porno online. I telespettatori operano un contro-transfert negativo su se stessi, facendosi nullità: questa è l’ultima protezione, dice Rissi, contro la necessità di esistere e l’obbligo di essere se stessi. Come dire, troppo difficile vivere e diventare ciò che si è, individuarsi: faccio prima a diventare nulla.
Diventare nulla è più comodo, tutto è più comodo con la tecnica, che con il porno ci regala:
- Accessibilità totale dell’altro
- Inesistenza di restrizioni e confini personali
- Controllo onnipotente
- Soddisfazione totalizzante
E aggiunge, collegandosi al dott. Stefanoni sul tema del tecno-complesso, che tutto questo è un tentativo della tecnica in quanto complesso di negare e occultare la sua fallibilità e limitatezza intrinseca.
L’IA è come Gesù? Ma ovvio… e proprio per questo non ti salverà!
Insomma, devi fare uno sforzo per toglierti dalla merda.

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