Che cosa vuol dire che la Tecnica è un complesso psichico (sì, tipo quello di Edipo)?
Beh, sul sito del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica), ho trovato questo documento stilato per un incontro tra psicanalisti due anni fa. Ti ricordi, com’era la vita due anni fa? Sembrava che la medicina non potesse aiutarci più di tanto, mentre la tecnologia digitale era diventata la cosa migliore mai inventata: chiusi in casa, potevamo raggiungere tutto e tutti, e fare aperitivi in videochiamata mentre il mondo implodeva.

Beh, il documento. La relazione si intitola appunto DISABITARE IL CORPO.
IL COMPLESSO DELLA TECNICA ALL’EPOCA DELLA PANDEMIA. Ci sono un sacco di riflessioni interessanti, le riprenderò in altri post. Ora concentriamoci sulla parte che dà un po’ il titolo e fa da filo conduttore, l’ultimo intervento. Il dott. Giacomo Stefanoni (v. pp. 15-18 del documento), partendo dalle riflessioni di Galimberti, mette in dubbio l’opinione comune per cui la Tecnica sarebbe un mezzo neutro, i cui effetti dipenderebbero dall’uso che ne fa l’uomo. Anzi, la Tecnica sarebbe un complesso. Nel senso psichico, ovvio.
Complesso psichico
In psicologia e in psicoanalisi il termine designa un insieme di comportamenti determinati da fantasie in parte o completamente inconsce, che possono causare conflitti o disturbi.
Secondo Jung, i complessi influenzano in maniera inconscia, cioè non consapevole, il nostro modo di parlare e agire, affiorano e scompaiono, disturbando l’attività della coscienza.
Stefanoni dice che il complesso della Tecnica è una forma di possessione parassitaria, graduale e particolarmente seducente.
Non hai idea di quante lampadine mi fa esplodere in testa questa definizione.
Da un lato abbiamo il tema della manipolazione, della possessione e del parassitismo psichico. Dall’altro quello della mutazione graduale e addirittura seducente (mi viene in mente il sex appeal dell’inorganico) che questo parassitismo induce. Anche qui ci possiamo ricollegare alla replicazione dei memi.

Il Tecno-complesso
Spiega Stefanoni che questo complesso, seguendo un concetto di Hegel citato spesso da Galimberti, attraverso un graduale incremento quantitativo induce a un vero e proprio cambiamento qualitativo. Anni fa ho indagato il tema della “mutazione antropologica” e di come questa fosse presente in molti prodotti della cultura, pop o non pop ormai non fa molta differenza: dalle serie tv ai fumetti, dalla letteratura al cinema e anche nella filosofia si fa strada l’idea di una mutazione in atto all’interno della specie umana. Anche se non l’ho analizzato negli stessi termine, non ho scelto il termine a caso: era Pasolini a parlare di mutazione antropologica e Bifo aveva ripreso il concetto in un suo libro, Heroes – Suicidio e omicidi di massa.
Cito dalla descrizione del libro: Partendo dalle teorie di Baudrillard e Debord, in questo saggio Bifo ragiona sul come le malattie mentali siano storicamente e culturalmente determinate e sul come queste comportino reazioni inusitate, violentissime e atroci (si pensi allo schianto tra i picchi alpini dell’airbus della Germanwings pilotato da Andreas Lubitz), ma ben spiegabili, alla luce del funzionamento stesso del capitalismo contemporaneo.
Galimberti parlerebbe direttamente di Tecnica, che secondo lui ha superato ormai il capitalismo inglobandolo in sé. Proprio come fa un complesso, ma ci arrivo dopo. Il libro di Bifo è del 2015, ma queste riflessioni che legano psicoanalisi e psicologia con gli effetti del sistema economico e tecnico non sono nuove, infatti l’autore le riprende da Guattari, che insieme a Deleuze aveva scritto L’Anti-Edipo – Capitalismo e schizofrenia.
L’onnipotenza dell’ES è minata dalla compresenza invadente delle macchine. Ovunque sono macchine tra loro collegate e tutti siamo bricoleurs. Esistono macchine-organo e macchine-energia al centro di flussi e interruzioni. Chi vive al centro di questa meccanizzazione, che identifica nelle macchine le parti e le funzioni di un gigantesco meccanismo di produzione, è lo schizofrenico.
Vai qui per approfondire, se vuoi… ad ogni modo il legame tra schizofrenia e postmodernismo, inteso come la logica culturale del tardo capitalismo, è un tema che riprenderò più avanti. Ho fatto una tesi di laurea su Postmodernismo, Philip Dick e Benjamin, ma vabbè.
Torniamo al complesso. Potremmo riprendere l’analogia con i memi: l’incremento di memi (inteso come unità o agglomerato di informazione) nella cultura umana, di memi legati in qualche modo alla tecnica, porta alla nascita di un nuovo tipo di memi, i tecno-memi o temi. Come ho già scritto, questi non hanno nemmeno più bisogno del veicolo umano, perché si diffondono attraverso le tecnologie (internet e oggi le IA generative). Sono autonomi.
In modo analogo, secondo il dott. Stefanoni il tecno-complesso (chiamiamolo così) si autonomizza sempre più, fino a diventare alieno e allo stesso tempo quotidiano.
Tra l’altro, questa mi sembra proprio la definizione di perturbante.
E cosa è perturbante? Il Doppelgänger, che è appunto alieno e familiare. E il robot, che è un doppio tecnologico: mai sentito parlare di Uncanny Valley?
L’uncanny valley, traducibile come valle perturbante o valle inquietante, è un’ipotesi presentata dallo studioso di robotica nipponico Masahiro Mori, nel 1970, pubblicata nella rivista Energy. La ricerca analizza sperimentalmente come la sensazione di familiarità e di piacevolezza sperimentata da un campione di persone e generata da robot e automi antropomorfi possa aumentare al crescere della loro somiglianza con la figura umana, fino ad un punto in cui l’estremo realismo rappresentativo produce però un brusco calo delle reazioni emotive positive, a causa della non concreta realisticità, destando sensazioni spiacevoli come repulsione e inquietudine paragonabili al perturbamento.
Esempi possono essere trovati nella robotica, nell’animazione digitale, nelle bambole realistiche, nonché nella crescente diffusione della realtà virtuale, della realtà aumentata e dell’animazione fotorealistica.
Fa tutto parte della nostra cultura tecnologica. Di iperrealismo e ipperrealtà ho appunto trattato nella mia tesi, è legato alla logica del postmodernismo. Sì, tutto torna.
Libido surrogata
Ma in che modo stiamo mutando? Stefanoni spiega che, secondo Neumann, i complessi possiedono una tendenza specifica, una spinta ad affermare se stessi. Sono auto-replicanti, appunto: come i tecno-memi. Come organismi viventi, essi “divorano” altri complessi ricchi di contenuto e si arricchiscono della loro libido. Sono vampiri psichici: ti ricordi gli esseri della Loggia Nera di Twin Peaks che si mangiano la Garmonbozia? Se non sai di cosa parlo, recupera tutta la serie.
Tornando a quello che dicevo prima: possiamo interpretare in questo modo Galimberti quando dice che la Tecnica ha superato il capitalismo inglobandolo in sé. In senso psichico, come ti sarà ormai chiaro. Il tecno-complesso ingloba tutti gli altri?
Libido
s. f. [voce lat. (v. libidine) introdotta da S. Freud nel linguaggio psicanalitico].Termine usato in psicanalisi con accezioni diverse: in Freud è una forma di energia vitale che rappresenta sia l’aspetto psichico della pulsione sessuale (distinto dall’eccitamento sessuale come fatto fisiologico e presente in varie forme a seconda della zona erogena interessata) sia gli altri tipi di investimento e, più in partic., l’investimento di un oggetto esterno (l. oggettuale) ovvero l’investimento di sé stessi (l. narcisistica o dell’I0); in Jung assume significato più ampio, presentandosi come energia psichica in generale, come impulso non inibito da istanze morali o d’altro genere, che comprende sia la sessualità sia altri bisogni, appetiti, affetti.

Scrive il dott. Stefanoni: Nei casi patologici, nelle idee fisse o coatte, nel delirio o nell’ossessione, ma anche in ogni processo creativo [compresa la scrittura di questo post], in cui l’opera assorbe e prosciuga tutti i contenuti estranei, vediamo come un contenuto inconscio ne attira altri a sé, li assimila, li coordina e li subordina alle proprie esigenze e li struttura in un sistema di riferimenti dominato da lui stesso.
[Sembra che stia davvero descrivendo (anche) la stesura di questo articolo].
Anche la pornografia online, la tecno-pornografia, assorbe nello stesso modo l’energia psichica, la libido, impendendoti di usarla per le relazioni o per sublimarla (trasformarla e indirizzarla) verso altre mete. Insomma la tecnologia come sappiamo ci semplifica la vita… ma, dice Stefanoni, ci toglie attività che ci rendono umani. E qui arriviamo a uno dei punti fondamentali della questione.
Che vuol dire essere umani? Il già citato Philip Dick ha indagato la questione attraverso decine di racconti e romanzi, collegando questa domanda a un’altra: che cosa è reale? Da quanto ha scritto si può estrapolare come risposta (non definitiva) il concetto di simulacro. Un concetto ambivalente, proprio come lo è quello di complesso.
Simulacro si può riferire sia alle repliche androidi di un essere umano sia alle varie realtà, fittizie o virtuali, generate dagli umani. Dick pensava che l’essere umano fosse più vero del simulacro? La faccenda non è così semplice.
Così come non lo è per l’ingegnere robotico Ishiguro Hiroshi, famoso per aver creato un androide che è la copia speculare di se stesso. Nel suo libro Ishiguro spiega come a un certo punto cominciasse a sentire l’androide come un’estensione di sé. E non era l’unico a provarlo, capitava anche ad altre persone che usavano i suoi androidi come interfaccia. Un po’ come in The Surrogates. Ishiguro dice che la domanda su cosa sia “umano” non può avere una risposta valida: ci si deve chiedere piuttosto “chi sono io?”. Secondo lui la tecnologia può aiutarci a farlo, appunto con i suoi tecno-doppelganger. Ma di tutto ciò parlerò in un altro post.

Ah,ultima cosa: anche Dick è stato effettivamente replicato come androide, c’è una storia buffa a riguardo.
Il Complesso di Electro
Tornando al tecno-complesso. Dice il dott. Stefanoni:
Come una madre ipernutritiva che appaga i nostri bisogni prima ancora che possano trasformarsi in desideri soggettivi, la tecnologia tende a renderci passivi per il troppo aiuto.
Ma quali sono le attività umane di cui ci priva il tecno-complesso?
Beh, ad esempio:
- La libido come energia psichica al servizio dell’Io
- La tolleranza alla frustrazione
- La fatica per raggiungere i traguardi
- Scendere a patti con l’interiorità propria e l’esteriorità degli altri
- La soddisfazione per i traguardi
- Fantasticare, immaginare e sognare
Il tecno-complesso divora gli altri complessi, promuove funzionamenti automatici e compromette la mentalizzazione delle emozioni, che così potrebbero essere agite in altri modi più o meno distruttivi. Si pensi alla tecnologia dell’intrattenimento, all’infotainment: scrive Stefanoni che questa satura i tempi morti e vanifica le possibilità di trovare soluzioni creative a (e in) questi tempi.
Impedisce dunque quel vuoto che dà origine al pensiero creativo e alla riflessione e permette un contatto con le proprie emozioni.
L’altro aspetto inquietante è l’autonomia del complesso. Scrive Stefanoni (riprendendo Galimberti) che lo scopo della tecnologia è massimizzare i risultati con il minimo degli sforzi. Questo sembra essere un po’ anche il modo in cui funziona il nostro cervello, quindi è chiaro quanto la tecnologia possa essere seducente per le nostre menti. La logica sottesa però è anche quella di una produzione senza limite, dell’efficienza senza errori e della vergogna in caso di fallimento. Sappiamo quanto vengano diffuse le storie di gente che ce l’ha fatta perché ha adottato questo o quel metodo (ricordi? la vita è diventata un tutorial), ha osato, ecc… ma non vengono mai presentati i risultati di chi invece non ce l’ha fatta. L’errore non è contemplato, questo è insito anche nella logica dell’istruzione scolastica. Infatti chiunque abbia insegnato per tre secondi si sarà reso conto di quanto bambini e (pre)adolescenti siano spesso bloccati dal timore di sbagliare e così evitano anche solo di iniziare a fare qualcosa!
Questa logica, scrive Stefanoni, è anti-individuativa.
Il progressivo emergere della personalità di un individuo nei suoi molteplici aspetti. L’impossibilità o incapacità di effettuare tali trasformazioni, ossia di allargare e integrare progressivamente e coscientemente la sfera della personalità, interrompe il processo di individuazione, creando di conseguenza il disagio psicologico.

Come nello stato totalitario secondo Jung, nell’era della Tecnica l’individuo è uno strumento nelle mani di forze collettivamente utili, in cui in sostanza l’idea è che la psicoterapia debba servire a incrementare l’efficienza. L’individuo viene perciò privato della propria “anima” e reso il più possibile inconsapevole. Il dott. Stefanoni conclude l’intervento chiedendosi: è questo il sacrificio che bisogna fare per facilitarci le giornate? L’omologazione? Lo sprofondamento nell’indifferenziato? L’impersonale?
Beh, cercherò di dare una risposta nel corso di questa serie di articoli sulla Tecnologia Doppelganger.
Il Complesso di Geppetto
Prima di concludere questo post, vorrei tornare a qualche paragrafo sopra.
Come una madre ipernutritiva che appaga i nostri bisogni prima ancora che possano trasformarsi in desideri soggettivi, la tecnologia tende a renderci passivi per il troppo aiuto.
Questa è l’essenza del complesso psichico, che sembra perfettamente sovrapponibile a uno degli effetti del complesso materno. Infatti questo secondo Jung può generare un’ipertrofia o un’atrofia del femminile nella psiche dell’individuo. In questo caso, abbiamo troppa attenzione per i nostri bisogni e diventiamo dipendenti. Come quando stiamo a chattare per ore col cellulare senza riuscire a staccarci. Il termine complesso è stato coniato da Jung ma per il concetto lo svizzero si è ispirato a Freud e al famigerato Complesso di Edipo.
Come saprai, si ispira al mito greco.

Tutti sappiamo qual è l’interpretazione che di solito si dà a questo complesso freudiano: il bambino desidera la madre e odia il padre, vuole addirittura sostituirsi a lui facendolo fuori. Detto in parole poverissime.
Tuttavia, come c’è scritto persino su Wikipedia:
La questione edipica mostra una natura complessa anche in relazione all’approfondimento del mito greco: secondo il mito, infatti, Edipo non conosceva i suoi veri genitori, essendo stato a questi sottratto ancora infante. L’uccisione del padre e il rapporto con la madre sono stati perciò involontari e causati, paradossalmente, dal loro desiderio di sfuggire al destino così come lo avevano sentito annunciare dall’oracolo. Si potrebbe parlare, in questo senso, piuttosto di complesso, o sindrome, di Laio e/o di Giocasta (i genitori di Edipo),
dunque, secondo l’autore della pagina, la dinamica di gelosia e invidia sarebbe da invertire e da attribuire alle figure genitoriali!
In effetti se ci pensi, ha senso. Lo stesso Freud, che era stato messo in discussione da Jung proprio (e anche) su questo punto, nel suo rapporto con il collega rivelò una dinamica di questo tipo: lo considerava una specie di erede che l’aveva tradito. Come Laio, aveva timore che il figlio lo uccidesse: così, in qualche modo cercò di liberarsene. Diciamo meglio: entrambi, Jung E Freud, vissero questa dinamica dal proprio punto di vista.
Pensiamo ad altri miti in cui i genitori si sbarazzano dei figli: sempre tra i greci, abbiamo Urano che odia i suoi pargoli e perciò Gaia è costretta a tenerli dentro di sé; uno di loro, Crono, vendica la madre, evira il padre e libera tutti, ma poi che fa? Si pappa i suoi figli per paura a sua volta di essere spodestato. Erode fa ammazzare i primogeniti per paura di essere sostituto dal neonato “Re dei Giudei”, Gesù. Gesù stesso era stato mandato sulla Terra dal dio padre per salvarci tutti ma poi questi lo abbandona sulla croce e lo ammette Gesù stesso in punto di morte.
Perché mai, se i figli sono la prosecuzione della propria vita, i genitori vorrebbero sbarazzarsene? Forse perché i figli sono allo stesso tempo una parte di sé ma anche qualcosa di esterno a sé? Insomma, come si diceva del complesso, qualcosa di familiare e di alieno al tempo stesso!
Per questo allora molto spesso i genitori vorrebbero che i figli fossero a loro immagine e non a modo proprio? Anche Javé, il papà di Gesù insomma, ha creato gli uomini a propria immagine e somiglianza, perciò non vuole che cambino, che siano diversi da come dovrebbero essere per lui. Non vuole che si ribellino, insomma.
Tutte queste idee, tutti questi memi, tornano nella storia di Pinocchio, che come dicevo ha anche altre assonanze con quella di Gesù. Geppetto non è il padre biologico di Pinocchio così come non lo è Giuseppe per Gesù (Geppetto=Geppo=Giuseppe). Nella versione Disney è ancora più esplicito il legame tra le due nascite, perché la magia che anima Pinocchio viene da una stella, dal cielo, dall’alto, insomma dal piano divino. Pinocchio è un automa di legno animato da uno spirito divino, magico, così come Javè si incarna in Gesù. Ho già scritto che Pinocchio diventa un bambino robot nella versione manga di Tezuka, Astroboy. Questo è stato creato dal padre per sostituire il figlio morto in un incidente.
Ma tra Pinocchio (1881) e Astroboy(1952) c’è di mezzo Mafarka il futurista (1912), romanzo di Marinetti in cui il protagonista del titolo crea un proprio figlio automa (ma anche semidio alato!), Gazurmah, e vi trasferisce la propria anima prima di morire.

Ecco, l’accumulo di idee e memi nel corso della storia culturale umana ci porta qui. Sembra che come il complesso, ogni meme possa inglobarne altri. Sai con cosa fa rima complesso? Con meme-plesso. Ne riparlerò.
Non voglio darti le mie conclusioni, scrivimi tu le tue.
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